Sujet Italien LV2 CCIP 2010

TRADUCTION D’ITALIEN EN FRANÇAIS

Il bello da valorizzare

Autunno milanese, Colonne di San Lorenzo. È mezzogiorno, il turista danese (lo si capisce dalla guida che spunta dalla tasca della giacca) si guarda intorno spaesato dall’alto del suo metro e novanta: intuisce, certo, che quelle colonne (bianche e dunque ripulite di fresco) hanno addosso la Storia. Ma il cartello marroncino a pochi metri dai suoi occhi, la occulta. Secoli di orgoglio riassunti in qualche riga: « Assessore, La prego, bisogna provvedere, in fondo costa pochi spicci ». Il bel vichingo inchioda in una foto ricordo la bellezza ma la si vede a stento e mi viene voglia di essere cittadina responsabile e vanitosa e raccontargli che quelle colonne sono superstiti della Milano imperiale, che la statua – verde di rabbia e ossido di carbonio – è una copia in bronzo di quella romana di Costantino, già ai suoi tempi furente imperatore. E provo a dirgli, al turista incuriosito, che adesso Costantino fa la guardia in queste ore tarde del mattino, quando anche la movida è lenta, quasi pigra, se si esclude il tram rumoroso e impertinente, le biciclette di signore un po’ distratte che deviano il percorso dalla strada al marciapiede, un cane che sfugge al controllo del padrone.

Da Paola Calvetti, Corriere della sera, 20 ottobre 2009

TRADUCTION DE FRANÇAIS EN ITALIEN

L’art italien tient dans l’histoire de l’art telle qu’elle est comprise, enseignée et exposée au cours du XXè siècle la première place. Les artistes italiens occupent, vers 1900 comme aujourd’hui, une position assez discrète et périphérique. Ni Rome, ni Milan n’est à aucun moment une ville phare dont le rayonnement se comparerait à celui de Paris et Berlin jusqu’aux années 1930, de New York après 1945. Le manifeste du Futurisme paraît dans Le Figaro aussitôt après avoir été diffusé à Milan. L’étrangeté de cette parution dans une langue qui n’est pas la langue maternelle de l’auteur du texte suffirait à caractériser le paradoxe : si l’Italie est, d’évidence, la patrie des beaux-arts et, pour ainsi dire, tout entière un musée, elle pèse moins dans la création moderne.

Sur le poids du passé, il est peu nécessaire de s’attarder : l’Italie, c’est Rome, Florence et Sienne inventrices de la peinture, la Renaissance, Venise.

Philippe Dagen, Un art du doute ?

In: L’Italie contemporaine, Fayard, 2009

EXPRESSION ECRITE

Lire soigneusement le texte ci-dessous :

Tanti pezzi non fanno l’Italia

Stato e mercato, giustizia e garanzie, globale e locale, faziosità e condivisione: sono tutte parole che vanno a coppie come altrettanti problemi del nostro mondo contemporaneo. Eppure, a ben vedere, questo linguaggio è il frutto più che maturo di una storia plurisecolare. Per darne ragione, potremmo cominciare col dire che agli occhi degli stranieri, prima ancora che Italia, noi siamo di volta in volta Firenze, Roma, Venezia, Napoli; oppure Mantova, Ferrara, Urbino; coste sarde o riviere dei fiori. Siamo cioè dei luoghi, dei pezzi separati che, messi insieme, costituiscono un puzzle meraviglioso. Dovremmo persino esserne orgogliosi: perché da quando gli stranieri, fra il secolo XVII e il XIX, hanno cominciato a fare il Grand Tour, cioè la visita dei luoghi principali d’Italia, è nato il tourisme. Fenomeno non da poco. Il fatto è che ciascuno di questi pezzi si è caratterizzato per la sua forte identità; e che la storia italiana è anche la storia della difficoltà di far stare insieme i vari pezzi. C’è stato un momento, secoli fa, in cui non parve necessario che i differenti luoghi dovessero avere una relazione di reciprocità: Firenze stava benissimo per conto suo, potente e ricca; così come Genova, Venezia ecc. La civiltà del Rinascimento era tutta un fiorire di quei tanti centri, soprattutto di quelle mille città, che già avevano segnato lo splendore dell’età comunale italiana. I problemi cominciarono quando altrove, in Francia, in Inghilterra, in Spagna, si costituirono grandi apparati statali, regolati centralmente in una sola città capitale, dominante su ampi territori. Quei nuovi Stati avevano forze demografiche, risorse economiche, potenza militare e apparati giuridici sufficienti per scalzare dalle loro vecchie posizioni di dominio le illustri città italiane. Quelle divennero le potenze che dominarono prima l’Europa e poi il mondo intero. L’Italia rimase il luogo dei ricordi di una passata grandezza già all’inizio del Cinquecento; e rimase luogo di rivalità, di campanilismi, di municipalismi, di fazioni, di contrade, di famiglie. Con una radicata cultura dell’interesse particolare, di gruppo, a scapito di un visione più ampia, di un interesse generale. Lo Stato in altre parole, non divenne esperienza italiana: né allora, né dopo. Con l’eccezione di alcune esperienze locali, della Repubblica di Venezia prima e del ducato di Savoia poi, quasi in nessun altro luogo si affermò una cultura dello Stato, un patriottismo che legassele iniziative dei singoli alle fortune di una comunità nazionale. Non c’è dunque da stupirsi se quella Italia, divisa in tanti frammenti, divenne ben presto preda ambita di tanti conquistatori, territorio occupato da eserciti stranieri che se ne stettero in varie parti dello Stivale fino a metà dell’Ottocento.

Fu allora, che una serie di fortunatissime coincidenze consegnò i pezzi sparsi del suolo italiano, adeguatamente fertilizzato dalle idee di indipendenza dei Cattaneo, dei Mazzini, dei Garibaldi, al solo Stato che potesse farsene carico: il Piemonte di Vittorio Emanuele II e di Cavour. L’Unità non fu senza recriminazioni, senza resistenze e anche insorgenze.

Va detto, tuttavia, che la ricucitura dei pezzi, che ancora oggi sembra talvolta precaria e sfilacciata, permise all’Italia di risollevare la testa e alla fine di gareggiare con le altre potenze europee. Non saremmo certo la settima potenza industriale del mondo se non avessimo faticosamente ricomposto un mercato del lavoro su scala nazionale, se non avessimo incoraggiato l’incontro degli uomini del Nord e del Sud all’insegna dell’industrializzazione e della modernizzazione del Paese, se non avessimo costruito strade, ponti e ferrovie per collegare i quattro angoli della penisola e questa con l’Europa; se non avessimo incoraggiato una scolarità di massa con programmi unitari, se non avessimo dettato i canoni di una sanità pubblica. Ogni tanto bisognerebbe ricordarsene. Viceversa, gli italiani paiono ancora incapaci di condividere una delle poche cose che fa forti le comunità: cioè la loro storia. E nonostante i grandi passi in avanti compiuti grazie ai processi di integrazione nazionale, spesso recriminano su episodi del passato che li hanno visti ferocemente e mortalmente divisi, incapaci di voltarsi indietro allo scopo di capire e dunque di darsi una prospettiva, di progettare un futuro. Diceva Foscolo: «O Italiani… potrete alfine conoscervi fra di voi ed assumere il coraggio della concordia». Parole su cui varrebbe la pena di meditare anche oggi.

Walter Barberis, “Tanti pezzi non fanno l’Italia”

In: La Stampa, 2009

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1. Quali sono, secondo l’autore, gli elementi che più hanno determinato l’Italia nel corso della sua storia?

2. In che senso l’idea di un “puzzle meraviglioso” è ancora applicabile all’Italia di oggi – ad un paese in tensione tra disparità regionali e appartenenza europea, tra localismo e globalizzazione?